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IndiaEveryday

lunedì 20 luglio 2009

Un ingegnere piemontese a Firenze - parte 2

Mercoledì scorso sono ritornato in serata da Firenze. In mattinata la persona che cercavo mi ha data udienza e sono riuscito ad ottenere buona parte delle informazioni che mi ero prefissato.
Poco prima di prendere il treno sono anche riuscito a dare un'occhiata alla città, nei dintorni della stazione.
Ecco qualche scorcio







mercoledì 15 luglio 2009

Un ingegnere piemontese a Firenze - parte 1

Mentre scrivo questo post mi trovo presso un'azienda di Firenze, in attesa di conversare con un responsabile di sviluppo SW per una possibile consulenza.
Sono arrivato ieri sera col treno da Torino, via Milano. Ho provato per la prima volta la linea ad Alta Velocità, vanto delle nostre Ferrovie e per la quale si sono investiti miliardi di euro, togliendoli alle linee locali.
Il risultato è che i pendolari, me compreso, viaggiano su carrozze fatiscenti e perennemente in ritardo. L'Alta Velocità invece non fa tutta questa gran impressione. Il decoro e l'appeal di un qualsiasi volo charter sono lontani anni luce; non ho notato, se non per la velocità, nessuna differenza con la prima classe di una quindicina di anni fa. A mio modesto parere, se l'intento era quello di competere con le linee aeree, la battaglia per ora è persa.
Un vantaggio c'è: il treno inquina meno, anche se per far passare i binari occorre devastare il paesaggio. Questione di compromessi.
La città l'ho solo intravista, passando in autobus dalla stazione all'albergo. Mi hanno colpito essenzialmente 2 cose: il traffico delirante, con motorini e scooter che sorpassano a sinistra e volentieri anche a destra; i cantieri, aperti ovunque, che obbligano a zigzagare tra una transenna e l'altra. Ripeto, non ho visto nulla di ciò che rende famosa Firenze nel mondo. Pazienza, rimarrò con i ricordi della gita scolastica nel lontano 1985.
Tornando al motivo per cui sono venuto qui, ho l'impressione che il dirigente che devo incontrare oggi si sia totalmente dimenticato della mia visita. E dire che ho prenotato la sua disponibilità almeno una settimana fa. L'attività che svolge lo tiene parecchio sotto pressione, soprattutto in concomitanza dell'imminente chiusura per ferie. Ma io oggi ho il treno per il ritorno e domani devo riferire ai miei responsabili circa l'esito della visita.
Insomma, qualcosa dobbiamo raccontarci. E possibile qualcosa che sia traducibile in formato PowerPoint.
Perché i miei capi solo quello capiscono, e talvolta neanche troppo bene!

lunedì 13 luglio 2009

Oggi sciopero

Adesione all'appello di Diritto alla Rete contro il DDl alfano che imbavaglia la Internet italiana.


mercoledì 8 luglio 2009

Passaggio in Germania

Nel corso degli anni passati ho lavorato per diversi mesi in Germania. L'attività non è mai stata continuativa, perciò tipicamente si partiva con l'aereo il lunedi mattina per far ritorno a casa il venerdì sera.
Mentre in quel periodo non riuscivo a pensare ad altro che a togliermi al più presto da quella situazione, oggi invece guardo a quel periodo come a un'esperienza molto stancante, ma tutto sommato formativa.
Ho avuto l'opportunità di conoscere 3 zone della Germania, in un arco di tempo che copre complessivamente 5 anni.
Dapprima ho lavorato a Wiesbaden, non lontano da Francoforte, zona termale conosciuta anche agli antichi Romani. Poi ho trascorso un certo periodo vicino Stoccarda, nel sud del paese, non lontano dal confine con la Svizzera. Infine sono stato a Monaco di Baviera, che economicamente sta alla Germania come Milano all'Italia.
Confrontando fra loro queste tre diverse realtà, ho potuto notare diverse sfumature che magari al turista sfuggono; questo perché la prospettiva di chi fa una trasferta di lavoro è attenta a cogliere anche gli aspetti più svariati del quotidiano e si finisce per affezionarsi un po' ai colleghi stranieri, a volerne interpretare le abitudini e, in qualche caso, anche a importarne alcuni comportamenti.
In particolare ho maturato la convinzione i tedeschi siano un popolo molto più aperto di quanto non lo dipingano i luoghi comuni; sono molto ben disposti alle novità e ai cambiamenti, anche a quelli introdotti dall'estero. In particolare nutrono per gli italiani una notevole ammirazione, soprattutto ci riconoscono una notevole fantasia e una dedizione al lavoro notevole, anche se con ritmi alquanto diversi dai loro.
La zona di Stoccarda, nota anche come Svevia o Baden-Württemberg, confina con il nord della Svizzera, e qui la gente ha modi e abitudini tipici degli svizzeri: puntualità, rigore, talvolta quasi pedanteria. Un proverbio della zona afferma che uno Svevo non ti dice mai fino in fondo quello che pensa. Può darsi ci sia un fondo di verità, ma personalmente non ho mai notato, lavorando con gli Svevi, dei comportamenti che mi abbiano indotto a pensare che mi stessero prendendo in giro. Se ho preso qualche fregatura, c'erano sempre di mezzo degli italiani...
A Monaco invece mi sono sempre sentito quasi a casa; sarà la vicinanza dell'Italia, sarà forse perché in questa città (ma del resto in tutta la Germania) ci vivono moltissimi italiani, la mia sensazione è quella che qui anche i tedeschi sentano l'influsso di una certa italianità. Il loro caratteristico rigore risulta un po' attenuato e, anche nel lavoro, il rispetto delle regole a tutti i costi o l'etica vengono messi da parte quando si tratta di raggiungere l'obiettivo: esattamente come avviene in Italia, o almeno nelle aziende italiane che ho frequentato io.
Vediamo un esempio: capita che un italiano, quando va a lavorare in Germania, si debba registrare in un ufficio per stranieri. Anche se è un cittadino comunitario, il Governo tedesco vuole sapere cosa fa e soprattutto dove dorme. Ebbene, mi è capitato di lavorare in un'azienda che non solo non era al corrente di questa regola, ma quando ne ha scoperta l'esistenza e le relative pene per gli inadempienti, ha deciso di chiudere un occhio e di non registrare il dipendente straniero. Il motivo? Un regolamento, stavolta interno all'azienda ma a livello corporate (perché si trattava di multinazionale), l'avrebbe obbligata a riconoscere retroattivamente un'indennità di trasferta al lavoratore. Esattamente come in Italia, dove al dipendente, piuttosto che sborsare soldi per trasferte o straordinari, gli si fanno conteggiare giornate di recupero che molto probabilmente non consumerà mai, soprattutto se deve già smaltire ferie in arretrato.
Infine, nell'ultima città in cui ho lavorato, credo di aver colto il vero aspetto della Germania, ovvero quello che noi italiani stigmatizziamo attraverso i luoghi comuni: il tedesco preciso, puntuale, pedante sui dettagli, trova a Wiesbaden la sua incarnazione. Mi capitò di arrivare ad un meeting con 5 minuti di ritardo e scoprire che il manager responsabile aveva già chiamato il mio capo per sapere se mi fosse successo qualcosa. Il mio capo non ne sapeva nulla, visto che erano le 8:30 del mattino e non ci sentivamo dalla sera precedente, così l'irreprensibile manager pensò bene di chiamare l'albergo e chiedere di me.
La receptionist gli disse che ero appena uscito, perciò il manager si tranquillizzò. Al mio arrivo mi scusai per l'accaduto e non tentai neppure di abbozzare una qualche motivazione: un ritardo di soli 5 minuti non era per me degno di essere indagato. Purtroppo mi ero sbagliato. Per il manager tedesco i 5 minuti erano importanti, eccome; interruppe la riunione e volle che gli rendessi conto del mio comportamento.
La cosa più curiosa è che non lo preoccupava il ritardo in sé: piuttosto lo stupiva che una persona potesse essere in ritardo senza che gli fosse capitato qualcosa di grave. Insomma il problema non era la colpa, ma la mancanza di una giustificazione. Beh, mica potevo dirgli che la sera prima avevo bevuto un litro abbondante di birra e che avevo passato parte della notte seduto sul water...
Solo quando gli dissi che avevo sbagliato corridoio perché non ero pratico dell'edificio ci tranquillizzò e la riunione poté proseguire, secondo i punti dell'agenda che ovviamente si era premunito di farci pervenire via email ben 3 giorni prima...
L'esperienza tedesca mi ha permesso di comprendere come i luoghi comuni ci impediscano a volte di guardare ad un popolo e alle sue abitudini in modo disincantato e privo di pregiudizi. Noi italiani siamo da sempre vittime dei cliché che una cultura retrograda ci ha affibbiato addosso: mafiosi, truffatori, inaffidabili quando si tratta di affari, ma fantasiosi e inimitabili per la cucina, la moda e il turismo.
Non è facile superare i pregiudizi verso un popolo, ma ritengo che viaggiare per lavoro possa aiutare molto.

martedì 7 luglio 2009

Canzoni d'estate

Ci sono molte canzoni che ricordo con particolare affetto, ma c'è forse un'unica stagione che, da un punto di vista musicale, riunisce buona parte dei brani che preferisco.
Correva estate del 1982, con l'Italia fresco campione del mondo in Spagna, le musicassette che si compravano sulle bancarelle del mercato o si registravano direttamente dall'altoparlante della TV o della radio. E ovviamente si chiedeva a tutti di stare zitti, altrimenti oltre ai fruscii del nastro si sarebbero sentite anche le voci.
Ecco una lista delle canzoni che hanno animato quella stagione:

Alberto Camerini - Tanz Bambolina
Miguel Bosé - Bravi Ragazzi
Marcella - Nell'aria
Giuni Russo - Un'estate al mare
Sandro Giacobbe - Sarà la nostalgia
Gianni Morandi - Marinaio

e ovviamente una canzone tra le mie preferite, di cui ho scritto il testo nel primo post in assoluti di questo blog: "Sogno della galleria" di Franco Simone.
Ho trovato anche il video, che qui vi propongo.

lunedì 6 luglio 2009

De gustibus

Quando ero bambino dicevo spesso che da grande avrei voluto fare il cuoco.
Questo perché mi piaceva cimentarmi ai fornelli, provando ad eseguire le ricette che mia mamma raccoglieva. Ricordo ancora la scatola con dentro quei ritagli di giornale o schede che raffiguravano piatti succulenti, ma che a me venivano sempre diversi, molto meno scenografici.
Nonostante il mio impegno, infatti, il risultato ottenuto era sempre diverso da quello sperato.
E poi mancava sempre qualche ingrediente. Questo soprattutto perché certi prodotti non si trovavano così facilmente nei supermercati come oggi, tipo i vari tagli di carne o le decorazioni per i dolci. Ma anche perché si cercava di arrivare al risultato senza spendere troppo, perciò si sostituiva un ingrediente con quello che si aveva in casa.
Ecco che allora la crostata alla confettura di fragole diventava un dolce alla marmellata di prugne: nerastra, invece di un delicato rosso bruno. Allo stesso modo il vitello tonnato era invece una lingua in salsa tonnata, perché la lingua di vitello costa molto meno del magatello. Pure l'insalata di riso si faceva non col parboiled, assai difficile da reperire, ma con risi da risotto, di qualità Arborio o Roma, che richiedono maggior attenzione in fase di cottura. Bastavano un paio di minuti di bollitura in più e l'insalata di riso diventava un enorme arancino. Consumato freddo, ti rimaneva sullo stomaco per l’intero pomeriggio.
Oggi, che bambino non lo sono più e cuoco non lo sono diventato, ho un po' nostalgia di quel periodo, di quelle scoperte fatte in cucina, di quegli esperimenti provati ai fornelli. A volte, nella memoria, riesco anche a ripescare quei sapori, o così almeno mi sembra.
L'hobby della cucina ce l'ho sempre, gli ingredienti li trovo con una certa facilità e senza spendere eccessivamente. Purtroppo in famiglia non condividono con me questa passione, anzi i miei figli sono molto abitudinari nel mangiare, preferiscono sempre le stesse pietanze e non hanno molto interesse alla sperimentazione di nuove ricette. Perciò, quando nel week-end provo a cimentarmi nella preparazione di qualche nuovo piatto, mi osservano con curiosità tipica dei bambini quando vedono qualcuno che ci mette passione in quello che fa, qualunque cosa essa sia. Però, dalle loro domande, capisco che in fondo si chiedono: “Ma perché lo sta facendo?”.
Infatti spesso mi sento rivolgere interrogativi del tipo “Sei sicuro che verrà buono?”, oppure “Se questo piatto ti piace così tanto, non potevi comperarlo già pronto, così almeno eri sicuro che fosse buono?”; o anche “Perché non l’hai comprato già fatto, così non avresti fatto tutta questa fatica?”.
Cerco ovviamente di rispondere con pazienza e provo anche a trasmettere un po’ di passione per le attività fatte con le proprie mani, ma non ottengo quasi mai i risultati sperati.
E quasi sempre finisce che preferiscono giocare a Cooking Mama su Nintendo DS piuttosto che assaggiare il frutto delle mie fatiche sui fornelli, soprattutto se il piatto che ho preparato è a base di verdure.

giovedì 2 luglio 2009

Il ragazzo di campagna

Ogni mattina, nel tragitto dalla stazione all'ufficio, passo davanti una filiale di banca.
Ieri, primo del mese, alle 8:05 c'erano già 18 persone fuori in coda, in attesa dell'apertura, che avviene alle 8:35. Credo che per quell'ora si saranno accumulate non meno di 40 persone, praticamente tutti pensionati.
Forse, per chi vive in una grande città, scene di questo genere sono abbastanza normali. Infatti mentre passavo davanti a questa moltitudine assiepata sul marciapiedi, ho sentito una signora che diceva "Eh, cosa vuoi, è sempre più difficile arrivare alla fine del mese", con chiaro riferimento al fatto che l'attesa è tutta volta al primo giorno utile per ritirare subito lo stipendio o la pensione.
Per me, che vengo da un paesino di neanche 10.000 abitanti, scene come quella che ho descritto non si vedono mai. In attesa fuori da uno sportello bancario prima della sua apertura ci sono, al massimo, solo quelli che devono fare un'operazione rapida per schizzare al più presto al lavoro.
Allora in provincia stiamo meglio che in città? Si riesce a vivere meglio, dato che non abbiamo bisogno di aspettare in coda l'apertura della banca il primo giorno del mese?
Non saprei.
I pensionati che devono vivere con la minima ci sono anche in provincia e non credo se la passino bene, soprattutto se una quota fissa del reddito se ne va ogni mese, ad esempio, nell'affitto.
La mia opinione è che in provincia sia forse più facile vivere di espedienti. E qui ritorno alla situazione che ho descritto nel mio primo post al ritorno dalla cassa, cioè il tirare avanti arrangiandosi.
I pensionati che conosco io hanno tutti un orto, ad esempio. Che sicuramente non consente loro di vivere solo di quello, ma perlomeno evita di ricorrere al supermercato ogni volta che mancano pomodori e zucchine (almeno in questa stagione). E poi, quando qualcosa avanza, perché mica si può mangiare un chilo di pomodori tutti i giorni, esiste ancora la regola del baratto, ovvero dare a qualche amico o parente ciò che non si riesce a consumare, magari in cambio di un po' di pane avanzato per allevare qualche coniglio o gallina. I più fortunati hanno un piccolo pollaio, che si può mantenere con gli avanzi e permette di avere uova fresche ogni giorno.
In città già è un lusso avere un alloggio decoroso, figuriamoci un piccolo appezzamento per coltivare o allevare. Anche se il Comune di Torino offre ogni anno degli orti comunali per chi abbia voglia di cimentarsi nell'agricoltura, gli spazi sono troppo pochi per accontentare tutti. Si possono comprare i prodotti al mercato rionale: se si ha pazienza di girare tra i banchi e confrontare i prezzi, ne vale sicuramente la pena.
Insomma, la vita di provincia è ancora legata a queste attività un po' arcaiche di agricoltura, allevamento e baratto; ma in tempi di crisi permettono di tirare avanti e, forse, di risparmiare anche qualcosa.