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IndiaEveryday

martedì 30 dicembre 2008

Classifica - mie stupidaggini dell'anno 2008

Fine anno è da sempre tempo di bilanci.
Siccome chi non impara dai propri errori è destinato a ripeterli, pubblico qui una classifica delle stupidaggini più grosse che ho fatto in questo anno che si sta chiudendo. Il tutto nella speranza che quest'atto mi permetta di di non ripeterle.
Ovviamente la classifica è in ordine inverso di peso, da quella più veniale a quella che mi è costata di più, in termini materiali e morali.

10. Ho acquistato una lavatrice on-line il giorno prima che, in negozio, venisse offerta sul volantino a 30 euro in meno.

9. Ho inserito un laptop nello zaino (invece che nell'apposita borsa) e uno dei sostegni di ferro lo ha graffiato in più punti. Per fortuna che è quello aziendale.

8. Mentre tinteggiavo la taverna di casa, ho lasciato porte e finestre aperte per far asciugare prima la tempera. Col risultato che mi sono preso una bronchite.

7. Qui sarebbe lungo da spiegare. Volendo essere breve, sono involontariamente passato davanti a delle persone in coda e mi sono preso insulti a non finire. Può sembrare strano, ma ripeto di non averlo fatto di proposito.

6. Ho fatto l'abbonamento mensile al treno e l'ho usato per 6 volte in tutto il mese.

5. Ho perso un sacco di ore (veramente tante, preferisco non contarle) del mio scarso tempo libero a scegliere ed acquistare dei libri via Internet, che tanto non leggerò mai.

4. Stressato dai treni sempre in ritardo, mi sono recato all'Ospedale di Novara in auto. E qui ho preso una multa.

3. Cercando di grattare via dalla carrozzeria dell'auto le cacche di uccello, ho usato una spugnetta per i piatti. Il risultato mi sembrava buono, solo dopo aver osservato la carrozzeria in controluce mi sono accorto di averla graffiata quasi completamente.

2. Ho rinunciato ad un'offerta di lavoro perché l'azienda non mi dava molto affidamento. Tre mesi dopo, l'azienda per cui lavoro mi ha licenziato.

1. Ho perso il lavoro, nonostante avessi la possibilità di andarmene prima di essere licenziato.

Sperando di non commettere più errori del genere, ma con la certezza che tanto ne farò degli altri, auguro a tutti coloro che passano di qui un sereno 2009.

giovedì 11 dicembre 2008

Le ultime parole famose

Oggi sono in vena di citazioni.A proposito, chi indovina il nesso tra l'argomento del post e la foto (presa da Wikipedia), vince la mia amicizia virtuale su Facebook :-).
L'azienda per la quale sto lavorando e che, come spiegato alcuni post fa, sta per licenziare me ed i miei colleghi, non più tardi di un anno fa proclamava che in effetti avevamo qualche difficoltà, ma che comunque eravamo in salute e che ci saremmo ripresi ben presto.Qualcuno nei piani alti annunciava:

"Sappiamo che il 2008 sarà un anno importante, che ci vedrà coinvolti su tanti fronti, un anno in cui avremo poco tempo per rifiatare ma sarà un anno bellissimo, ricco di soddisfazioni, dei successi che sapremo costruire e, perchè no, fortunato !"


Il 2008 inizia ma il ritornello è sempre lo stesso:

"*** è una realtà solida, strutturata e molto esperta, ci si attende molto da noi; il successo di *** dipende da quanto saremo capaci di fare lavorando insieme per continuare a migliorare le nostre performance.
Ora come in passato e, forse, più che in passato il nostro contributo è determinante.
Con l’impegno di tutti, saremo in grado di vincere le sfide del 2008. Uniti come sempre, e ben focalizzati nel realizzare la nostra strategia."


E poi, nel corso del 2008, proclami e annunci a non finire con lo scopo di farci sentire belli, bravi e in forma.
Poi, qualcosa comincia a scricchiolare.
Niente più annunci.
Niente più proclami.

Solo un comunicato stampa in cui si parla di "riorganizzazione", "semplificazione", "nuova strategia"... il tutto per annunciare la chiusura e lasciare così tutti a casa.

Eppure è passato solo un anno.

venerdì 5 dicembre 2008

Questo sì che è un paese per vecchi!

Nelle ultime settimane mi sono trovato mio malgrado ad avere a che fare con la Sanità in Italia. Niente di preoccupante per fortuna, anzi mi ritengo fortunato del fatto che, fino ad ora, ho avuto ben pochi motivi per rivolgermi ai medici.

E dire che l'imperatore Tiberio era solito affermare che un uomo, giunto all'età di 35 anni, non avrebbe più dovuto aver bisogno del medico, in quanto a questa età si dovrebbe sapere ormai ciò che è bene o male per se stessi. Ironia della sorte, proprio a partire dai 35 anni io ho avuto la necessità di ricorrere sempre più spesso a visite mediche e cure, anche se finora gli acciacchi non si sono mai trasformati in qualcosa di grave.

Questa rapida premessa serve solo a circoscrivere il fatto che, qualche giorno fa, mi sono recato all'ospedale di Novara per un'ecografia addominale.

Prima dell'esame vado a pagare il ticket allo sportello ed entro in un salone stile laboratorio degli sceneggiati di fantascienza anni '80, del tipo de "L'uomo da 6 milioni di dollari", tanto per intendersi.

Stacco il mio numerino e guardando il tabellone mi accordo di avere davanti a me circa 25 persone. Un po' preoccupato perché la visita si terrà fra soli 30 minuti, rimango in piedi e aspetto.

Noto subito che ben poche persone, nel porgere la prescrizione allo sportello, mettono mano al portafoglio. Quasi tutte hanno una busta o una valigetta piena di scartoffie, che vengono accuratamente controllate dall'impiegato allo sportello. Nella maggior parte dei casi, dopo qualche minuto, l'esenzione dal pagamento viene accertata e infine ratificata apponendo un timbro sulla prescrizione. Infine la persona in questione lascia lo sportello e si reca al padiglione per effettuare la visita.

Il tempo per controllare tutta la documentazione per aver diritto all'esenzione non è trascurabile: dai 3 ai 5 minuti.

In particolare, poco prima del mio turno, vedo avanzare una signora sulla settantina, un po' malferma, con una borsa tipo la mia quando mi sposto con il laptop.

La signora porge la prescrizione all'impiegata allo sportello, insieme ad un plico di carte appena estratto dalla borsa.

L'impiegata esamina la prescrizione, poi le carte, poi fissa perplessa alcuni documenti. Chiama una collega, le spiega la situazione, poi insieme chiamano una terza collega.

Discutono tutte animatamente per qualche minuto, poi la questione, qualunque essa sia, sembra appianata. L'ambito timbro viene apposto alla prescrizione e la claudicante signora ritira con fatica i suoi incartamenti, impugna la prescrizione, saluta e se na va. Tutto questo teatrino, dall'inizio alla fine, si svolge in non meno di 10 minuti. E neppure l'ombra di un centesimo esce dal portafogli della donna.

Un momento prima di uscire, rivolge un cenno ad un vecchio presumibilmente novantenne, seduto in una angolo del salone, dicendogli: "Dai, papà, è tutto a posto, andiamo a fare la visita...".

Rimango attonito qualche secondo, finché il "beep" che segnala l'avanzamento della coda mi riporta al presente. E' finalmente il mio turno, porgo la prescrizione e l'impiegata mi dice: "Fanno 36,15 euro". Pago, il timbro si posa sulla mia ricetta, la ritiro ed esco. Tempo totale: 40 secondi.


Direi che questo è proprio un paese per vecchi...

venerdì 14 novembre 2008

giovedì 13 novembre 2008

Agonia

Lo scorso 3 novembre, il senior management dell'azienda per la quale lavoro ci ha comunicato che intende chiudere il suo sito di ricerca e sviluppo in Italia, nell'ambito di una profonda ristrutturazione a livello europeo.

Il risultato è che, a partire da metà gennaio, io ed altri circa 400 colleghi saremo disoccupati, a meno che nel frattempo

a) ognuno si trovi un altro impiego, peraltro difficile in un'area perennemente depressa come quella torinese. Ma si puo' sempre emigrare...

b) L'azienda ci ripensi, peraltro fantascienza

c) Qualcuno ci rilevi, persone-HW-SW in un blocco unico, magari la regione o qualche fondo. Peccato che il problema sia sempre lo stesso: i soldi.

Se qualcuno volesse seguire la vicenda, praticamente ogni giorno si parla di noi sulle pagine locali de La Stampa o Repubblica.

E stasera alcuni saranno anche ad Annozero.

giovedì 14 agosto 2008

Soldi che prendi, soldi che dai


Sono convinto di avere un rapporto molto strano con i soldi. Nel senso che non mi sembra sia un rapporto comune alla maggior parte della gente che conosco.
In particolare mi crea turbamento il fatto di dare molto più peso ai soldi che spendo, rispetto a quelli che guadagno. Laddove invece ho la sensazione che molti attribuiscano più importanza ai soldi che guadagnano, rispetto a quelli che spendono.
Vediamo un esempio: se una persona mi dice "Hai visto quello, che fortuna! Ha vinto 1.000 euro giocando i numeri al Lotto!". Frasi del genere mi lasciano assolutamente indifferente, perché una vincita di quel genere non mi sembra affatto rilevante. Al punto che, se fosse toccata a me, non saprei neppure cosa farci per quanto pochi mi sembrano, e probabilmente finirei per non comprarci nulla e metterli da parte.
Viceversa, quando si tratta di tirar fuori soldi, questi mi paiono sempre troppi. Non solo mi sembra che qualunque prezzo sia esagerato, ma anche pochi euro, se non ci ho pensato sopra un bel po' prima di spenderli, mi sembrano una spesa eccessiva.
Eppure molti miei conoscenti mi dicono "ma cosa vuoi che sia, per 2 euro"... Ma io neppure quelli riesco a spendere se prima non ho valutato tutte le possibili alternative per farne a meno.

Non è facile convivere con questa situazione. Anzitutto si viene etichettati inesorabilmente come "tirchi", il che potrebbe anche diventare un complimento se poi, al momento buono, si è invece capaci di spendere per ciò che conta veramente.
Ma cos'è che poi conta veramente? L'effetto collaterale principale di questo mio comportamento è proprio la perdita di vista di ciò per cui valga davvero la pena spendere. Sono arrivato ad un punto tale che mi sembra che non valga più la pena di spendere per niente perché, anche se desidero una cosa, c'è sempre una parte di me che mi fa notare che potrei stare bene anche senza.
E quindi ci rinuncio.
Ma poi ci ripenso.
E infine penso "Su dai, non puoi mica comprare tutte le stupidaggini che ti vengono in mente"...
E ci rinuncio.

Insomma, anche la spesa più piccola diventa un dilemma. Anche se poi ho l'impressione di fare quasi sempre la scelta sbagliata.

mercoledì 23 luglio 2008

Lumaca vigliacca

Stazione di Torino Dora, ore 17:30 circa di ieri...

lunedì 14 luglio 2008

Dopo la pioggia

Ritorno al blog dopo parecchio tempo, durante il quale ho più che altro lavorato, per mostrarvi questa foto che ho scattato ieri sera dal balcone di casa mia. Si vede anche l'arcobaleno secondario, quello molto più attenuato e con la serie di colori al contrario...

mercoledì 26 marzo 2008

Il Teorema del Freak

Ciascuno ha una propria peculiarità.
Di alcune ha senso vantarsi, di altre proprio no.
La mia è un'innata capacità di attirare irresistibilmente quelli che io chiamo "Freaks of Nature", ovvero tutti quegli individui un po' strani, sui quali tutti un po' puntano gli occhi ma dai quali si defilano in gran fretta non appena ne incrociano lo sguardo.
Come potrete immaginare la categoria dei Freaks è molto vasta, perciò mi limiterò solo a citarne alcuni esempi.
A buon diritto vi rientrano quindi, in ordine sparso: persone che parlano da sole, spesso ad alta voce; persone che a tutti i costi vogliono attaccar bottone (nel migliore dei casi) o cercano rogne (nel peggiore); coloro che hanno una qualche deturpazione fisica evidente, non propriamente un handicap, magari anche soltanto (!) i capelli tatuati, i lobi delle orecchie che ci passerebbe attraverso una lattina di birra, oppure piercing ovunque, anche sulle emorroidi. Aggiungerei anche: ubriachi, accattoni, questuanti, sedicenti fumatori alla ricerca di tabacco, venditori abusivi di oggetti artigianali, gruppi che urlano a squarciagola, turisti stranieri privi di qualsiasi cognizione geografica.
Voi direte: "Ma perché te la prendi tanto con questi poveretti?". Il problema è che mi incutono timore, nel senso che si rivolgono a me e io temo che possano avere reazioni strane e imprevedibili.
Ho avuto l'ennesima prova di questo mio "magnetismo" alcune settimane fa, quando aspettavo come ogni giorno il treno per tornare a casa.
Appena arrivato sul marciapiedi della stazione, ho notato subito un individuo sulla settantina, vestito in modo elegante, con il viso completamente tatuato. Il personaggio in questione è pure famoso, in quanto si tratta del "pensionato più tatuato d'Italia". Io stesso l'ho visto qualche volta in TV, dal momento che per questa sua strana caratteristica di essersi fatto tatuare sulla quasi totalità del suo corpo l'ha reso un personaggio celebre.
Confesso che anche io, come molti altri passeggeri sul marciapiede, abbiamo cercato di far finta di niente, ma era evidente la curiosità e il disgusto con cui lo guardavamo. Un ragazzo accanto a me ha persino telefonato ad un amico, per avvisarlo della presenza del celebre tatuato: "... Ma si, dai che te lo ricordi, l'ho visto una volta da Costanzo e mentre raccontava la sua vita per poco non gli cadeva a dentiera...", è stato uno dei commenti che ho colto al volo.
Memore della mia caratteristica di cui ho accennato, mi sono subito detto: "Vuoi scommettere che questo si viene a sedere accanto a me?".
Detto fatto, arriva il treno, ci salgo e mi siedo all'incirca a metà carrozza. Dei 4 posti, uno è occupato da un giovanotto, uno lo occupo io e 2 rimangono liberi.
La gente intanto mi sfila davanti, nessuno si degna di sedersi nei due posti liberi accanto a me, neppure avessi la rogna.
Alla fine sale il vecchietto con un suo compagno di viaggio, il quale chiede se i 2 posti (che nel frattempo erano rimasti pressoché gli unici liberi) si possono occupare... e voilà, l'arzillo pensionato si siede accanto a me!
Ancora una volta il teorema è confermato, gli opposti si attraggono.

giovedì 20 marzo 2008

Il colloquio delle 3 carte

Come anticipato, settimana scorsa ho sostenuto un ulteriore colloquio di lavoro.
Avevo inoltrato la mia candidatura su Monster.it per una posizione di Sales Engineer nel settore automotive, nel quale posso vantare un'esperienza di circa 5 anni. Tuttavia non ho mai fatto il Sales Engineer, ho ricoperto il ruolo assai più tecnico di Applications Engineer, ma mi sono detto "Perché non provare, magari sono interessati a qualcuno che abbia voglia di passare da un ruolo tecnico verso qualcosa di commerciale".
Dopo neppure un'ora sono stato contattato da una impiegata di una società di job placement, che mi manifesta il suo interesse per il mio CV e pertanto fissiamo un colloquio per il venerdi successivo.
Detto fatto, il venerdi mi presento in leggero anticipo all'indirizzo comunicatomi.
Il colloquio si teneva al pomeriggio, pertanto il mattino mi sono recato al lavoro come al solito. Dovete sapere che nel mio ufficio l'abbigliamento richiesto, pur decoroso, non è obbligatoriamente formale. Questo perché i nostri contatti con l'esterno sono ridotti al minimo, onde per cui non si sente l'esigenza di vestirsi da Prima Comunione.
Perciò, non avendo l'abitudine di mettermi giacca e cravatta, mi riesce difficile farlo appositamente per sostenere un colloquio di lavoro. E tale mia cattiva predisposizione alla formalità ha dato origine ad un gustoso siparietto con il mio ex-capo, che sapeva già da qualche giorno di questo mio colloquio...
Vedendomi come al solito in camicia e pullover, mi fa: "Mica ci andrai vestito così, al colloquio?". E io: "Si, perché? Non sono elegante ma sobrio".
Lui: "Assolutamente no. Ad un colloquio ci devi andare in giacca e cravatta, è un must".
Io: "Ma se non lo faccio mai, eppure non credo di aver mai pregiudicato l'esito di un colloquio per questo motivo".
L'ex-capo a questo punto mi guarda perplesso le scarpe, un comodo paio di Kappa da tempo libero. Poi guarda le sue e mi chiede che numero porto. "Quarantaquattro", faccio io, un numero totalmente fuori misura per lui. "Peccato, ti avrei prestato le mie", è il suo commento.
Ci salutiamo e me ne torno mogio mogio alla mia scrivania, sentendomi peggio che un barbone da stazione invitato ad una festa. Poi però mi ricordo che nell'armadietto tengo un paio di scarpe di riserva, per quando piove e arrivo in ufficio fradicio. Le cambio in fretta, torno dall'ex-capo e gliele mostro. "Si, decisamente meglio" è il suo commento. Perciò prendo fiero il mio zainetto e mi avvio alla fermata del bus, dalla quale in meno di un'ora raggiungo la sede del colloquio.
La mia ritrosia al cambio di scarpe era dovuta ad un motivo fondamentale: le scarpe di riserva mi fanno un male cane, soprattutto al secondo dito del piede che, per qualche strano scherzo del destino, è più lungo dell'alluce. Dovendo scegliere tra un week-end di dolore ai piedi (perché fino al lunedi successivo non avrei recuperato le mie comodissime Kappa) ed un complesso del barbone in sede di colloquio, ho optato per la prima. E ho fatto male.
Infatti non solo la signorina che mi ha intervistato non sembrava badare troppo all'eleganza, essendo abbigliata in modo molto più informale del mio (poco ci mancava che tenesse i bigodini in testa), ma soprattutto il colloquio si è rivelato una vera fregatura, come vi spiego nelle prossime righe.
Dopo aver riassunto le mie esperienze, la tipa mi chiede se mi sentivo adatto a fare il Sales Engineer. Io spiego che la posizione mi interessa molto, ma non avendolo mai fatto prima, sarebbe necessario che l'azienda investisse del tempo per instruirmi. Qualora invece l'azienda volesse assumere uno che sappia già fare quel lavoro, allora non sarei la persona giusta.
La ragazza mi dice allora "Infatti dal suo CV mi ero accorta che lei è soprattutto un tecnico. Perciò io accantonerei questa posizione e gliene proporrei un'altra, sempre che le interessi". Io rimango un po' sbigottito, non capisco perché mi abbia chiamato se già dal mio CV si evinceva che non sono adatto. Mi sento quasi al centro di un gioco delle 3 carte: la posizione c'è, ma adesso non c'è più, ce n'è un'altra ed eccola qui. "L'ennesima perdita di tempo", penso tra me.
Dato che ormai la mezza giornata è persa, mi dimostro interessato alla nuova proposta, che così mi viene riassunta: "C'è un'azienda con casa madre in Toscana (e della quale assolutamente non posso fare il nome) che, nella bassa della sua provincia, ha aperto una filiale con circa 30 dipendenti. Produce dispositivi wireless di vario genere, anche telecomandi per cancelli (!), ed ha bisogno di un candidato con esperienza nelle telecomunicazioni per fare il Project Leader della ricerca e sviluppo, ma anche un po' di tutto. Non vendono i loro prodotti direttamente, ma riforniscono altre aziende che ci appongono il proprio marchio".
Ora, a onor del vero, va detto che qui troppe cose non mi quadravano, per cui ho iniziato a straparlare e credo perciò di essere sembrato molto confusionario.
Ho cominciato infatti a chiedere come un'azienda di 30 dipendenti potesse permettersi un gruppo di ricerca e sviluppo, dato che nelle aziende piccole le figure professionali sono molto sfumate. Poi ho domandato se potevano loro essere interessati a me, visto che ho anche competenze di Qualità del SW e, di solito, nelle aziende piccole la Qualità viene vista come una gran perdita di tempo... insomma, meglio che me ne fossi rimasto zitto.
In conclusione ci lasciamo con la sua promessa di propormi all'azienda in questione, che forse mi chiameranno e le solite amenità. Ma a quel punto io ormai odio non solo lei, ma pure l'ufficio che sembrava tanto un pied-à-terre.
Ci salutiamo e salgo sul primo treno per casa, contento per una volta di arrivare 2 ore prima del solito.
La ricerca continua, anche se la mia fiducia comincia un po' a incrinarsi.

mercoledì 12 marzo 2008

Sblocca il tuo D140!

Uno o più lettori di questo blog passano da queste parti perché cercano su Google la chiave di ricerca "sbloccare il navigatore Acer D140", oppure "Installare TomTom 6 su Acer D140", et similia.
Mi spiace di aver finora deluso le loro aspettative. L'equivoco è nato da un mio post risalente allo scorso giugno, nel quale annunciavo di aver acquistato il navigatore Acer D140 e di essere in procinto di smanettarlo un pochino.
Controllando poi le chiavi di ricerca che vi portano fino a questo blog, mi sono reso conto dell'interesse suscitato da tale argomento. Io il navigatore in questione non lo possiedo più, l'ho infatti regalato ad un mio amico che ha più tempo e voglia di me di farci qualche modifica.
Il regalo è stato così gradito che l'amico ha deciso di scrivere una mini-guida per lo sblocco e il ripristino delle impostazioni originali di tale navigatore, in modo da guidare l'acquirente di un software TomTom a installarlo sul D140.
Quindi, caro lettore (o lettori), da oggi potete scaricarvi la guida dal seguente link:


Se proprio la lettura del blog non vi soddisfa, almeno non venite a dire che la vostra visita è stata inutile!

lunedì 10 marzo 2008

Retrocessione

Una decina di giorni fa ho sono stato convocato per un colloquio di lavoro presso un'azienda nella zona in cui abito. A dire il vero lo stabilimento dista meno di 20 km da casa mia, quindi una distanza davvero irrisoria rispetto al centinaio di km che percorro ogni giorno nei 2 sensi di marcia per la mia attuale occupazione.
Questi 20 km comportano non meno di mezz'ora in auto, perché occorre attraversare 3 paesini privi di circonvallazione. Sembrerà strano che uno come me, abituato a stare sui treni per non meno di 4 ore ogni giorno, trovi che una mezz'ora in auto sia stressante. La verità è che ci si abitua a tutto, per cui ormai 4 ore di treno al giorno non mi sembrano la fine del mondo. Eppure quella mezz'ora in auto l'ho veramente sofferta, proprio perché non sono abituato ad accelerare, frenare, fermarmi, ripartire, sempre con gli occhi incollati sulla strada.
L'azienda sede del colloquio si trova in un paesino tipicamente industriale, nel quale ogni famiglia che vi risieda da almeno 2 generazioni ha un'attività in proprio. E chi vi risiede da almeno 3 generazioni è ormai uscito dalla dimensione della piccola impresa a conduzione familiare, per avviarsi con successo ad appartenere alla cosiddetta "media impresa" che costituisce il vanto dell'Italia imprenditoriale nel mondo.
Breve identikit dell'azienda: 150 dipendenti, di cui circa 30 impiegati. Il resto sono operai, impiegati nella produzione di componenti per meccanica industriale. Il fondatore, ingegnere classe 1938, ha creato l'azienda e le ha dato il suo nome. In rampa di lancio ci sono i suoi figli, ma lui è ancora attivissimo e non ha alcuna intenzione di mollare.
E' doveroso premettere che io, ne' per curriculum di studi, ne' per esperienza lavorativa, ho mai avuto a che fare con i prodotti di questa azienda. E allora che c'azzecco? Me lo chiedo anche io: semplicemente sono stato proposto a loro tramite un conoscente che di professione fa il cacciatore di teste, ovvero procura alle aziende gente di vario genere che abbia voglia di cambiare lavoro. E allora perché dovrei interessare all'azienda? In generale, loro cercano un impiegato commerciale, che conosca bene l'inglese e anche altre lingue straniere, in modo da affidargli la gestione degli acquisti materie prime e del magazzino.
Il colloquio si è svolto in modo abbastanza prevedibile, con il titolare fondatore e il numero 2 della ditta (che è un ingegnere responsabile di tutta l'area tecnica) interessati sia alla mia esperienza, sia alla mia motivazione nel cambiare completamente ambiente e mansioni.
Più volte si è insistito sull'enorme differenza tra una multinazionale, nella quale lavoro ora, e una piccola-media impresa. In particolare, il titolare ha ripetuto almeno 2 volte una frase che suonava più o meno così: "Se la sua priorità è quella di avvicinarsi in zona per non viaggiare 4 ore al giorno, consideri la nostra come un'ottima opportunità. Se invece le sue priorità sono diverse, ad esempio la carriera, la formazione etc., probabilmente la metropoli le potrebbe offrire migliori occasioni".
Gli argomenti del colloquio non sono stati di tipo tecnico, dal momento che non ho esperienza del settore industriale specifico. Riguardo al trattamento economico, ovviamente nessun riferimento ad un'offerta di stipendio. Di certo sapevano già quanto guadagno, perché al conoscente che mi ha proposto loro ho dovuto dirlo. L'unica cosa certa è che mi degraderanno da quadro a impiegato, con la prospettiva di risalire a breve etc. etc. I motivi mi sembrano abbastanza chiari: se ci sono solo una trentina di impiegati, è molto probabile che alcuni di essi sgomitino tra loro da parecchi anni per il passaggio a quadro. E non vedrebbero bene l'arrivo di un nuovo, che peraltro non sa nulla del loro prodotto, ma già quadro bello e confezionato.
Siccome ero il primo che intervistavano per quella posizione, ci siamo lasciati con il solito "le faremo sapere", dal momento che nei giorni successivi avrebbero incontrato altri candidati.
Alla fine della giornata, mentre prima di addormentarmi passavo in rassegna mentalmente le varie fasi del colloquio, sono giunto ad una conclusione: quest'azienda, se mai deciderà di farmi una proposta, cercherà di prendermi per il collo, facendo leva sul mio desiderio di avvicinarmi a casa. Come a dire: "Vieni pure qui da noi, ma alle nostre condizioni, anche se queste comporteranno in qualche modo una retrocessione".

venerdì 15 febbraio 2008

Signori in casa d'altri?

Oggi pubblico questa foto che ho scattato stamattina ad un telefono pubblico.
Trovo curiosa non la scritta in se' (ovunque si possono leggere frasi ingiuriose contro gli stranieri), ma soprattutto lo strano accostamento.
Infatti il principe di Galles viene quasi sempre nominato a proposito del tessuto dall'omonimo disegno e non in quanto appartenente ad una categoria proverbialmente agiata.
Intendiamoci, non penso che il principe di Galles conduca una vita indecorosa. Semplicemente non viene proverbialmente preso ad esempio come modello di lusso, preferendogli i nababbi, i paperoni e, in letteratura, i cresi.



A quando i paragoni con i nostri politici?

giovedì 7 febbraio 2008

Tabù aziendali

Nella mia esperienza lavorativa ho notato che ci sono essenzialmente due argomenti tabù nelle conversazioni aziendali. Probabilmente nello specifico di alcune realtà ce ne sono anche di più, ma questi due sono pressoché comuni a tutte le realtà aziendali con le quali sono venuto in contatto.

Il primo è rappresentato dallo stipendio. Molto raramente infatti un vostro collega, per quanto abbia fiducia in voi, vi rivelerà l'ammontare del suo mensile. Ho conosciuto compagni di lavoro con i quali abbiamo parlato degli argomenti più disparati, alcuni talmente privati da essere ai limiti della decenza. Tuttavia, quando si è provato ad affrontare la questione del salario, le loro bocche si sono cucite. O meglio, hanno millantato di conoscere il salario di questo o quell'altro collega, ma non una parola sul proprio. Neppure quando sono stato io a sbottonarmi, rivelando per primo il mio.
E' questa una condotta davvero strana. Pare impossibile che in un'azienda, nella quale si passa la maggior parte della propria giornata da sveglio (o quasi), dove si può venire a conoscenza di pressoché qualsiasi pettegolezzo riguardo ad un collega, non si riesca a spuntare niente di più che qualche sommaria informazione sul suo stipendio. Non so se succede la stessa cosa anche all'estero, ma ricordo che nella sede di Monaco di Baviera della nostra azienda, dove ho lavorato per qualche mese, nella bacheca della mensa era esposto un foglio riassuntivo degli stipendi medi, suddiviso per livello aziendale. Come a dire che bastava conoscere il livello contrattuale di un collega per sapere automaticamente anche il suo salario con un scarto massimo del 5-7%.
E ricordo anche che una volta raccontai a Michael, mio collega durante i test di Monaco, questo strano tabù aziendale dello stipendio. Lui mi rispose che da loro non si affrontava spesso questo argomento, ma che comunque nessuno aveva motivo di nasconderlo. A che serve infatti nascondere qualcosa che, a meno di piccole differenze individuali, è esposto in bacheca alla vista di tutti?
Eppure, leggendo il libro "Una paga da fame" (titolo originale: "Nickel and Dimed: On (Not) Getting By in America) di Barbara Ehrenreich, incentrato sulle difficoltà della classe proletaria americana a tirare avanti con paghe orarie ai limiti della sussistenza, pare proprio che questo tabù non sia un'esclusiva del nostro paese. Anzi, l'autrice del libro asserisce che l'esistenza di questo tabù è ben nota ai vertici aziendali e viene utilizzato come arma per fare quello che vogliono in tema di stipendi. Ovvero: se vi tenete nascosto l'un l'altro quello che guadagnate, non avrete motivo di fare richieste di aumenti nei confronti dell'azienda, perché non avete termini di paragone qui dentro. E' probabilmente un'interpretazione un po' forzata, perché poi alla fine i lavoratori, anche se non si confrontano direttamente fra loro, hanno ben altri motivi di chiedere aumenti; uno su tutti il carovita e, perché no, i modelli consumistici che ci propinano i media. Tuttavia, devo riconoscere che entro certi limiti tale teoria funziona: nell'azienda per la quale lavoro io, tutti si lamentano ma poi, alla domanda "perché non chiedi un aumento?", la maggior parte dicono "si, ma tanto non me lo danno" e rinunciano.

Il secondo tabù che ho identificato ha invece una consistenza meno granitica. Si tratta infatti della reticenza a dire che si sta cercando un nuovo lavoro. I motivi sono ovvi: perché mettere in giro la voce che si vuole mollare l'azienda vecchia quando non se ne vede una nuova all'orizzonte? Anche quando un lavoratore è estremamente deluso dalla propria situazione, difficilmente ammetterà che "si sta guardando intorno". Spesso il collega in questione, qualora sospettato di voler cambiare lavoro, diventa oggetto di punzecchiature da parte dei colleghi. Perciò guai a lui se un giorno si presenta in giacca e cravatta anziché con l'usuale pullover: verrà sicuramente apostrofato con una frase del tipo "Fai il primo colloquio o già il secondo?". Oppure se dovesse ricevere una chiamata al cellulare alla quale risponderà con una frase del tipo "Ora non posso, la richiamerò io"; non importa se l'interlocutore è l'idraulico, per i colleghi si tratterà di qualche altra azienda.
Ebbene, se questo sia un tabù, vi posso dire che nella mia attività lavorativa l'ho visto cadere almeno un paio di volte.
La prima volta quando, dopo neppure 2 anni di lavoro in un'azienda dalle prospettive pressoché inesistenti, mi sentivo quasi parte di un gruppo massonico di neoassunti che, come me, non vedevano l'ora di andarsene. Troppo poco ci offriva quell'azienda per le nostre aspirazioni, perchiò senza alcun pudore ci raccontavamo di questo o di quel colloquio, anche in vicinanza dei capi. Oggi non avrei più tanto ardire, ma ammetto che era divertente. E anche contagioso: un giorno un impiegato, che lavorava in quella ditta da almeno 15 anni, mi disse che in fondo ci invidiava e che, se fosse stato più giovane, se ne sarebbe andato pure lui. "Cerco un posto un po' più stimolante di questo, qui non ci sono possibilità, non si muove mai niente", gli dissi. E lui mi rispose: "Capisco, più tranquillo di qui c'è solo il cimitero!".
E infine nell'azienda in cui lavoro ora, dopo che per circa 7 anni non si è mai parlato ne' di colloqui, ne tantomeno si è fatto riferimento ad un possibile cambio di lavoro... ebbene, un senso di disagio di fronte al periodo buio che si protrae da almeno un anno ha avuto il sopravvento. Al punto che tutti ormai, apertamente, parliamo di colloqui, di curriculum da sistemare, di proposte da cogliere e di proposte che non arrivano.
Ovviamente ciascuno secondo la propria personalità: c'è chi è apertamente spudorato, chi aspetta, chi spera, chi è frustrato per il troppo aspettare e il troppo sperare. Ma tutti, chi più e chi meno, parliamo liberamente di tagliare la corda.

Il tabù, che qui è durato quasi 7 anni, è finalmente caduto.

giovedì 31 gennaio 2008

L'esperienza che tu non hai

Alcuni giorni fa ho avuto occasione di partecipare ad una riunione aziendale in cui si faceva il punto sui prodotti che ci apprestiamo a sfornare.

Niente di nuovo rispetto a quanto già si sapeva, salvo il fatto che si è ribadito ancora una volta quanto siamo in ritardo, quanto i fornitori ci facciano penare (è sempre colpa di qualcun altro), etc.

Un fatto curioso ha calamitato la mia attenzione e ha rafforzato in me la convinzione che a questo mondo non esiste una sola realtà. Senza scomodare concetti filosofici, dei quali peraltro sono a digiuno, sono giunto alla conclusione che spesso i nostri interlocutori vedono la realtà in modo differente da come noi la proponiamo loro. E peggio ancora, spesso la ribaltano a proprio vantaggio solo perché noi non abbiamo abbastanza potere per affermare con forza la verità.


I fatti sono questi. Alla riunione partecipa tutto il gruppo nel quale sono inserito, il capo del mio capo e pure il Gran Papavero, cioè il dirigente che ha responsabilità di tutto il prodotto.
Tale personaggio, di cui non ho mai parlato, ha la fisionomia del tipico dirigente d'azienda italiano di mezz'età e, manco a dirlo, incute in me un timore assurdo. Tanto per fare un esempio, mentre nella nostra azienda ci si da tutti quanti del "tu", io con lui non ce la faccio proprio. E' pur vero che io continuo a dare del "lei" anche a mia suocera, nonostante la conosca da 15 anni e non abbia alcuna intenzione di mutare atteggiamento. Tuttavia, il timore reverenziale che suscita in me il Gran Papavero mi impedisce un approccio privo di distanze alla sua persona; e il disagio che provo è ulteriormente ingrandito quando penso ai livelli gerarchici e salariali che ci separano.
Devo però riconoscere che lui ha brillantemente risolto quello che in fondo risulta essere un mio problema. E lo ha risolto alla radice: indeciso forse anche lui se rispondere al mio "buongiorno" con un analogo saluto o con un "ciao", ha deciso di non salutarmi proprio!


Comunque sia, nella riunione di cui vi voglio parlare il Gran Papavero si apprestava ad apprendere solo buone notizie. Tuttavia le vere protagoniste del meeting erano le notizie cattive, ovvero il cronico ritardo nell'uscita prevista del prodotto.
Inizia un mio caro collega, che chiameremo il Bergonzoni, ad esporre le cause del ritardo: inefficienza dei consulenti (come già detto), ritardo nella consegna dell'hardware, problemi coi test, ma soprattutto problemi dovuti all'inesperienza, dato il recente passaggio al nuovo sistema operativo.
Ma il Bergonzoni va oltre e afferma che gli sembrano molto strani i problemi dovuti alla nuova tecnologia, in quanto questo "è il quarto prodotto sui cui mettiamo le mani dopo il passaggio".
Il Gran Papavero rimane pensieroso e abbozza una replica, dicendo che "si, in effetti è già il quarto prodotto con il nuovo sistema operativo, ma è il primo con tutte queste nuove funzionalità e inoltre completamente ingegnerizzato da noi".
Il Bergonzoni finisce il suo intervento e tocca quindi ad Always che, a dispetto della giovane età e dell'aspetto assai piacente, è un veterano di tali prodotti. Assunto insieme con me più di 7 anni fa, ha potuto assistere a tutta l'evoluzione del mercato in questi ultimi tempi.
E Always inizia il discorso allo stesso modo, cioè che anche per la parte cui lui sovrintende ci sono ritardi, nonostante "l'esperienza accumulata negli ultimi 4 prodotti".
Eppure stavolta questa affermazione non va giù al Mega Papavero, il quale afferma che "i prodotti con la nuova tecnologia non sono 4", ma al massimo 2, forse 3, e che comunque avevano ben poco a che fare con il prototipo attuale, "sebbene molti affermino il contrario".


Insomma, il Bergonzoni ed Always sono partiti con la medesima premessa, ma questa è stata ricevuta in modo diverso dal Mega Papavero.

La riunione è poi finita, come al solito, con un nulla di fatto ed un aggiornamento alla prossima volta. Mentre uscivo, ho osservato il povero Always, il cui sguardo lasciava trasparire un'espressione che potrei interpretare come un "ma cosa ho detto di diverso dal Bergonzoni?".

lunedì 28 gennaio 2008

Oggi lunedi

Oggi butto giù un po' di idee, così come vengono. Non che di solito io mi prepari in brutta copia i post che pubblico, ma oggi proprio non mi va di curare neppure la forma. Perciò mi scuso in anticipo se noterete qualche sgrammaticatura, ma il fatto è che vorrei far uscire i pensieri dalla testa senza filtri, proprio come quando si pensa e non si scrive.
Il week-end appena trascorso è stato un disastro. Oggi mi sento più stanco rispetto a venerdi scorso e per di più sono amareggiato perché ho litigato con mia moglie. Non ricordo neppure il vero motivo per cui ci siamo scontrati, ma sicuramente tutto ha origine dal fatto che lei mi accusa di non fare abbastanza per i bambini. La verità, che poi non è troppo diversa da come la pensa lei, è che sono davvero troppo stanco per qualsiasi cosa, anche per sentire i bambini giocare e far loro compagnia. Ho nostalgia di quei periodi della mia vita in cui potevo immergermi nei miei pensieri a riflettere, mentre ora sono talmente stanco che mi sembra di vivere in un sonno perpetuo, interrotto da alcuni momenti di veglia (neanche troppo lucida) durante il giorno.
Sicuramente le 4 ore di viaggio giornaliere per raggiungere il posto di lavoro e tornare a casa si fanno sentire. Ma non c'è solo quello. C'è purtroppo che sono stanco dentro, sono disilluso di qualsiasi cosa, mi manca la voglia e la forza di darmi da fare per un obiettivo.
Tanti anni fa invece amavo lottare per conquistarmi qualcosa che mi piacesse veramente. Se avevo un'idea in testa, non la noascondevo di certo. Insomma, ero convinto di poter giocare la mia piccola parte nel mio mondo.
Adesso invece non provo interesse per niente. Nelle discussioni, lavorative e non, cerco di sostenere le mie opinioni ma non più di tanto. Il motivo è che sono convinto che niente può cambiare, che io mi dia da fare oppure no.
Prendiamo ad esempio il lavoro. In questi ultimi mesi ho sostenuto qualche colloquio, ho ricevuto rassicurazioni circa il fatto che il mio profilo professionale sia abbastanza interessante, ma alla fine della fiera non ho spuntato nessun contatto serio. Di qui la mia convinzione che darsi da fare non serva a nulla, che dopotutto forse non valeva nemmeno la pena di sostenerli, quei colloqui.
E' anche vero che, in alcuni casi, ho la netta sensazione di aver parlato con dei mitomani.
Che senso ha infatti contattarmi per chiedermi informazioni sulle mie esperienze passate e presenti, per poi dirmi che "al momento non ci sono richieste di personale aperte, ma desideravamo sapere le sue competenze". Così, per pura curiosità, volevano sapere cosa faccio? Forse dovrei inserire, a piè di pagina del mio curriculum, la frase "astenersi perditempo"?
Altro spunto, completamente scollegato dal precedente, me lo offre l'attuale situazione politica.
Il governo è caduto, molti vogliono nuove elezioni, ma anche qui sono rinunciatario come non mai. Ma davvero si pensa che, andando a votare di nuovo, cambierà qualcosa? Le facce e le idee tra cui scegliere saranno le stesse, ogni personaggio politico declamerà il suo desiderio di lavorare nell'interesse di tutti e, una volta eletto, curerà soltanto il "particulare" suo e della sua casta.
E allora cosa ci vado a fare a votare?
Io invidio davvero chi lotta per un'idea, una convinzione, un progetto. Ho molti colleghi che si prodigano nel lavoro, alcuni sognano di aprire un'attività in proprio, altri ancora fanno 2 lavori contemporaneamente.
Io invece non riesco a fare niente, ma peggio ancora a sognare niente.
E dicono che senza i sogni non si va da nessuna parte

venerdì 25 gennaio 2008

Tutta colpa di Dimitri

Dimitri è un ragazzo russo che lavora per una società di consulenza di Nizhny Novgorod. La suddetta società gli ha affibbiato l'ingrato compito di aiutarci a sviluppare il software per i nostri prodotti.

Ingrato per lui, perché si tratta di lavorare con gente che non capisce la tua lingua, che spesso di chiede di viaggiare in Italia con scarso preavviso, perché ogni richiesta nei suoi confronti è sempre "massima priorità".

Ingrato però anche per noi. Infatti Dimitri, pur essendo scrupoloso e desideroso di apprendere, si lascia spesso prendere la mano e fa affermazioni totalmente inattendibili.

Un esempio di questa sua non invidiabile dote l'ho sperimentato sulla mia pelle proprio ieri.

Verso le 13, Dimitri si dice sicuro di chiudere la sua parte di software per la settimana entro mezz'ora, 45 minuti al massimo. Il mio lavoro del pomeriggio dipende completamente dalla sua consegna, quindi decido di fidarmi ed aspetto fiducioso.

Verso le 14, in mancanza di aggiornamenti, lo contatto e lui mi assicura che ha bisogno di un'altra mezz'oretta, non di più.

Alle 15 inizio a fibrillare, avendo già capito che la giornata finirà molto, ma molto tardi. Inizio ad informare il mio capo che, qualora non riuscissi ad uscire dall'ufficio entro le 19:20, non riuscirei a prendere l'ultimo treno per casa e quindi sarei costretto a dormire in ufficio.

Il mio capo quasi non ci crede, ma io gli ho detto la sacrosanta verità. Inizio dunque ad immaginarmi una nottata trascorsa nel nostro magazzino, sdraiato sui cartoni da imballaggio.

Nel frattempo Dimitri mi fornisce qualche informazione in più, in modo che io possa iniziare quantomeno ad elaborare la struttura de file su cui si farà la release. Non è sufficiente, ma almeno non rimango ad attendere inutilmente.

Di mezz'ora in mezz'ora, arriviamo alle 17:02 e finalmente Dimitri inoltra la sua richiesta di release. L'albero dati però non vuol saperne di rendersi raggiungibile, probabilmente sto sbagliando qualcosa. Invio un SMS a casa per avvisare che non mi aspettino.

Chiedo aiuto ad una collega e a furia di tentativi, verso le 17:30, riusciamo a individuare l'albero.

Qui inizia il mio lavoro vero e proprio. I file sono circa un centinaio, non ho ancora dimestichezza con gli script automatici e poi sono troppo nervoso per non combinare qualche casino: decido di importarli a mano.

Alle 18:30 finisco con i file, metto le label alle versioni e inoltro la richiesta per fare la release. Il calvario termina verso le 19, con una sorpresa: non esiste ancora nel database la versione di test, chiedo di tornare indietro e si cancella tutto! Riscrivo quindi alla meglio e alle 19:10 esco dall'ufficio.
Cena in una tavola calda, avviso a casa che farò molto tardi, ma sempre meglio che dormire in magazzino.
Alle 21:40 finalmente entro in casa, dopo la solita trafila treno+bus.
Temo che la prima notte della mia vita in ufficio sia solo rimandata.

Aggiornamento del giorno dopo (arrivato proprio mentro sto scrivendo questo post): mi telefona il Mega-Chef e mi dice che, nella release che esce oggi, il mio contributo non verrà incluso. "Ne sono arrivati troppi e il tuo mi è sfuggito, mi spiace, lo includiamo settimana prossima...".

Dimitri, meglio per te che te ne stai a Nizhny Novgorod!

lunedì 21 gennaio 2008

Aggiungi un posto a tavola

Sul fronte lavorativo, la scorsa settimana si è rivelata parecchio impegnativa.
Infatti ho dovuto apprendere svariate nozioni nuove per condurre al meglio il mio nuovo lavoro. Ed ho scoperto di avere anche una qualifica precisa: "SW Integration Manager", ovvero colui che mette assieme pezzi di codice proveniente da sviluppatori sparsi in giro per il mondo, li mette sotto controllo di configurazione e li passa al livello di integrazione successivo.

In soldoni sono un passa-carte, meglio ancora un passa-SW, soltanto che lo devo fare con molta attenzione, soprattutto per non perdermi pezzi che altri hanno sviluppato e che giustamente vogliono metter dentro al SW principale.

Attenzione, non fatevi ingannare dalla parola "manager". Infatti dove lavoro io sono tutti manager ("todos caballeros", come dice un mio collega), perché la parola riempie bene la bocca e mette responsabilità al dipendente, caso mai si pensasse che il suo ruolo sia di poco conto.

Parola usata ed abusata, nel mio caso l'appellativo di "manager" si può considerare esattamente come nella definizione data dal Manzoni alla peste, ovvero "non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome".
Invece, per meglio chiarire il concetto di SW Integration, che ha fatto la fortuna della moderna ingegneria del SW, preferisco ricorrere ad una metafora culinaria di mia invenzione.
Immaginate di partecipare ad un pranzo nuziale con decine di portate, in cui però ogni invitato abbia a partecipare con una sua prelibatezza: c'è chi porta gli antipasti di mare, chi i Crodino, chi il risotto etc. Io sono responsabile dei primi piatti, ovvero accolgo gli invitati che arrivano con pasta alla carbonara, risotto alla pescatora, crespelle e cosi via. Qualcun altro come me sarà responsabile dei secondi, degli antipasti, dei dolci, fino alla fine del pasto.
Affinché il pasto riesca bene, devo tenere nota di tutti i primi ed informare il Mega-Chef di tutto ciò che gli invitati mi hanno portato. Inoltre, per la soddisfazione degli invitati stessi, devo fare in modo che ogni cosa portata da loro rientri nel pranzo stesso, affinché nessuno abbia a dire: "Ma come, porto le lasagne e neppure le mettono nel menù". Ciò comporterebbe infatti una terribile delusione da parte del commensale latore delle lasagne, nonché una inevitabile lavata di capo da parte del Mega-Chef nei miei confronti, in quanto mi sarei dimenticato di inserire nel pranzo una portata fondamentale.
Ovviamente la regìa occulta di tutto questo teatrino sarebbe orchestrata dagli sposi, che nel mio caso sono il mercato su cui uscirà il nostro prodotto. Agli sposi non interessa quello che noi combiniamo e come organizziamo le varie portate. A loro importa solamente che il pranzo riesca in modo esemplare, pagando il meno possibile.
Il mio Mega-Chef dovrebbe essere colui che mi insegna i trucchi del mestiere, nonché la sopraffina arte di combinare più piatti senza incasinare il risultato finale. Ad esempio, penne al ragù di cinghiale e risotto alle vongole non andrebbero serviti uno dopo l'altro. Inoltre mi dovrebbe aiutare nell'uso degli attrezzi più idonei, per evitare che io prepari un pesto alla genovese con un batticarne, anziché pestare bene il tutto in un mortaio.
Ora succede però che il mio Mega-Chef non abbia tempo, tutto indaffarato a preparare decine e decine di pranzi nuziali, mica solo quello cui presto servizio io.
Perciò mi hanno indirizzato da un ragazzo, che chiameremo Josè, che lavora qui da circa un anno. Josè è preparatissimo e con una gran voglia di imparare, anche se mi ha candidamente confessato che lui si è già scocciato di fare l'integrazione SW. Il motivo? Guarda caso, perché dopo un po' l'attività diventa ripetitiva e non si impara più nulla. Inoltre è amareggiato perché, in quasi un anno di permanenza, non è ancora mai andato in trasferta, mentre i suoi colleghi hanno già viaggiato in lungo e in largo.

E l'azienda per cui lavoro, che nella sua grande magnanimità non ha mai negato un viaggio a nessuno (tanto non paga le trasferte), lo ha subito accontentato: trascorrerà la presente settimana a Tel Aviv, a insegnare le procedure di flashing del SW ai dipendenti di un'azienda israeliana.

Settimana scorsa il buon José, tutto galvanizzato, mi mostrava sul Web la foto dell'albergo di Tel Aviv dove risiederà durante la trasferta.
"Guarda com'è lussuoso", diceva.
"Speriamo sia blindato", ho pensato io.

mercoledì 16 gennaio 2008

Anno nuovo, vita semi-nuova

L'anno che si è da poco iniziato mi ha visto protagonista di una vicenda lavorativa totalmente nuova. E' del resto anche uno dei motivi per i quali sono stato lontano dal blog per così tanti giorni.
Immaginate di lavorare per un'azienda che, ad un certo punto, decide di accorpare due divisioni interne. O meglio, decide di cancellarne una per spostare tutti i suoi elementi nell'altra. Immaginate ora di far parte degli emigranti, e per di più di non aver praticamente mai avuto alcun contatto di tipo lavorativo con la divisione verso la quale vi dirottano.
Beh, è come cambiare azienda, direte voi. Non proprio, ribatto io. Perché il cambiare azienda implica che voi abbiate sostenuto un colloquio, siate piaciuto all'esaminatore, vi abbiano fatto una proposta e voi l'abbiate accettata. Il lavoro vero e proprio si potrà poi rivelare molto diverso dalle aspettative, ma questo fa parte del gioco. La sostanza è che voi avete cercato quell'azienda, o meglio ancora loro avranno cercato voi, e vi siete in qualche modo messi d'accordo sul realizzare insieme reciproche aspettative.
Quel che è accaduto a me è leggermente diverso: è come se fossi stato preso da un'azienda per la quale non mi sarei mai sognato di far domanda di assunzione. A complicare maggiormente le cose, sono stato indirizzato ad una mansione sulla quale non ho la benché minima esperienza e che non era coperta da nessuno fino al momento del mio arrivo. Non mi è ancora chiaro se le attività a me assegnate venissero svolte da qualcun altro, quindi eccessivamente oberato da chiedere di affiancargli qualcuno, oppure se abbiano inventato un ruolo apposta per me, per non lasciarmi con le mani in mano.
Al momento propendo al 50% per entrambe le ipotesi. Sia perché effettivamente esiste una persona che svolge un ruolo analogo e si lamenta dell'eccessivo carico di lavoro affidatole, sia perché inizialmente avevano previsto per me una mansione e sono stato poi dirottato su un'altra.
Dopo una prima settimana e mezza di full immersion con chi di questo lavoro se ne intende, queste sono le prime conclusioni:
  • Il nuovo lavoro è molto interessante da un punto di vista tecnico, ma a lungo termine non ha alcuna prospettiva di crescita ed è eccessivamente ripetitivo; aggiungerei che la maggior parte di coloro che lo hanno svolto e con i quali ho parlato, mi hanno dato l'impressione che non vedevano l'ora di uscirne. Questo sia perché il carico di lavoro tende a crescere progressivamente, sia per la accennata ripetitività;
  • Il nuovo lavoro mi da responsabilità solo verso me stesso e verso il livello immediatamente superiore, al quale passo ciò che produco. Nel lavoro vecchio invece avevo responsabilità sia verso altri colleghi, sia verso il cliente, e mi ero creato questa posizione dopo anni di pratica sul campo; perciò sono portato a considerare le nuove mansioni come una specie di "retrocessione" ad un ruolo senza responsabilità. E' pur vero che il vecchio ruolo mi offriva pochissimi spunti tecnicamente, ed anche professionalmente la crescita non sarebbe proseguita;
  • Infine, il nuovo lavoro sembra portar via ulteriore tempo alla vita privata, ma consente di arricchire il curriculum con un'esperienza nuova e abbastanza ricercata.

Che dire in conclusione? Che per ora non ho mezzi ne' autorità per propormi in modo alternativo su altre posizioni all'interno di questa azienda. Perciò ho deciso di approfittarne per imparare qualcosa di nuovo e aggiungere al curriculum una competenza in più, poi fra qualche mese deciderò se vale la pena continuare o meno.

Intanto la ricerca di un nuovo impiego prosegue a ritmo serrato, soprattutto in virtù del fatto che la vita da pendolare mi pesa sempre di più.

Il cambio di mansione ha solo fornito nuova forza alla mia finora discontinua ricerca.