giovedì 9 luglio 2009

Il conte zio

Mia moglie ha uno zio, fratello di sua madre, che ha capito tutto della vita. Di carattere socievole e amante della compagnia, è soprannominato “il conte zio” da me e mia madre, con chiaro riferimento al personaggio manzoniano. Ha più di 50 anni ma ben portati, l'aspetto curato, i modi da persona impegnata ma che trova sempre un momento per ascoltarti.
Verso la fine degli anni '70, dopo aver conseguito un diploma di perito elettronico, iniziò a lavorare presso un'azienda, ma i ritmi della fabbrica non lo soddisfacevano. Gli orari, il cartellino da timbrare, tirar tardi la sera a discutere e risolvere problemi, non davano appagamento al suo animo nobile.
Perciò lasciò l'azienda e si mise in proprio. Sfruttando le conoscenze di elettronica aprì un'attività di riparatore di elettrodomestici in genere, soprattutto lavatrici e lavastoviglie. Tuttavia, non prevedendo una grossa mole di lavoro, decise di rimanere in casa dei genitori, ricavando un piccolo laboratorio nello scantinato. In questo modo si poteva risparmiare sulle spese di affitto di un locale, anche se purtroppo ne derivava una minore visibilità. Non cercava del resto di pubblicizzare la propria attività; essendo il paese piccolo, si sarebbe avvalso soltanto del passaparola fra conoscenti.
Ovviamente all'inizio l'attività era modesta, ma portava nella sua esistenza i ritmi che aveva sempre desiderato.
Oggi, passati 30 anni, l'attività è ancora in piedi e i ritmi sono forse ancora più blandi.
Nel frattempo, i genitori sono venuti a mancare e ne ha ereditato la casa. Il laboratorio si è spostato in un prefabbricato attiguo all'abitazione; non perché le dimensioni siano aumentate, ma soltanto per destinare lo scantinato originario ad altri usi.
Nel frattempo si è sposato ed ha messo su famiglia. Il reddito principale è ora quello della moglie, maestra elementare, con cui vivono in quattro.
La giornata lavorativa del conte zio è estremamente varia. Se qualcuno lo va a trovare per chiacchierare e magari gli propone di fare un giro in bicicletta o una puntatina in paese, egli si dimostra sempre disponibile. Prontamente interrompe il suo lavoro per accontentare l'ospite e si prende così una pausa ristoratrice, dopo i penosi affanni derivanti da qualche manciata di minuti spesa a indagare i malfunzionamenti di una lavatrice.
Poco importa se durante la sua assenza si dovessero presentare dei clienti. “Se hanno bisogno, ritorneranno”, afferma con saggezza esemplare. Allo stesso modo, se non gli va, non risponde al telefono, nella convinzione che il cliente affezionato ritornerà sempre.
Io non ho mai visto un cliente in quel laboratorio; ma so per certo che qualcuno ci va e paga pure, talvolta in natura. Tempo fa mi disse che, grazie ad una riparazione, era riuscito a farsi dare 4 buoni per la cena alla festa del Patrono del paese.
Sul suo tavolo, soprattutto in estate, non mancano mai La Settimana Enigmistica o un buon libro da leggere. Amante della tecnologia, non disdegna riviste divulgative che trattano i più svariati argomenti: auto e fuoristrada, navigatori satellitari, viaggi e vacanze. Molto spesso queste riviste costituiscono una preziosa fonte di informazione per i suoi acquisti.
Appena fuori dal laboratorio, durante la bella stagione si possono scorgere una sdraio e un tavolino con occhiali da sole e bicchiere di bibita. Il tutto quando ovviamente non va in vacanza: allora monta insieme alla famiglia sul fidato camper e parte per rilassarsi in giro per l'Europa. Non sa mai con certezza quando farà ritorno a casa: dipende dal tempo e da quanto si divertirà.
La sua vera passione è però il deserto. Quasi ogni inverno, ma questa volta senza la famiglia, va in Africa a godersi il caldo. Vive in tenda, si accampa con le tribù berbere e sperimenta così la vita primitiva. Talvolta mi porta anche dei souvenir: una rosa del deserto, dello zafferano in polvere e altre amenità esotiche.
Vi chiederete a questo punto come faccia a campare. La famiglia gli ha lasciato molti terreni: ogni tanto ne vende uno e ne ricava quanto basta per un po' di mesi o per un acquisto importante. Finiti quei soldi, c'è sempre lo stipendio della moglie o, se non sufficiente, la pensione della suocera, che gode pure della reversibilità del suocero.
Siccome un giorno i terreni saranno tutti venduti, il conte zio ha deciso di trovare per tempo una soluzione. Da un annetto ha cominciato infatti a prendersi cura di un fratello di suo padre, che non si è mai sposato né ha avuto figli, e che purtroppo non gode di buona salute. Pero' gode di una buona pensione e, soprattutto, possiede una casa in centro e molti altri terreni.
Insomma questa è, in estrema sintesi, la vita curiosa del conte zio. Non l'ho mai visto preoccupato di nulla, né del presente, né tanto meno del futuro.
Ho preso la mia decisione: da grande, voglio fare il conte zio!

mercoledì 8 luglio 2009

Passaggio in Germania

Nel corso degli anni passati ho lavorato per diversi mesi in Germania. L'attività non è mai stata continuativa, perciò tipicamente si partiva con l'aereo il lunedi mattina per far ritorno a casa il venerdì sera.
Mentre in quel periodo non riuscivo a pensare ad altro che a togliermi al più presto da quella situazione, oggi invece guardo a quel periodo come a un'esperienza molto stancante, ma tutto sommato formativa.
Ho avuto l'opportunità di conoscere 3 zone della Germania, in un arco di tempo che copre complessivamente 5 anni.
Dapprima ho lavorato a Wiesbaden, non lontano da Francoforte, zona termale conosciuta anche agli antichi Romani. Poi ho trascorso un certo periodo vicino Stoccarda, nel sud del paese, non lontano dal confine con la Svizzera. Infine sono stato a Monaco di Baviera, che economicamente sta alla Germania come Milano all'Italia.
Confrontando fra loro queste tre diverse realtà, ho potuto notare diverse sfumature che magari al turista sfuggono; questo perché la prospettiva di chi fa una trasferta di lavoro è attenta a cogliere anche gli aspetti più svariati del quotidiano e si finisce per affezionarsi un po' ai colleghi stranieri, a volerne interpretare le abitudini e, in qualche caso, anche a importarne alcuni comportamenti.
In particolare ho maturato la convinzione i tedeschi siano un popolo molto più aperto di quanto non lo dipingano i luoghi comuni; sono molto ben disposti alle novità e ai cambiamenti, anche a quelli introdotti dall'estero. In particolare nutrono per gli italiani una notevole ammirazione, soprattutto ci riconoscono una notevole fantasia e una dedizione al lavoro notevole, anche se con ritmi alquanto diversi dai loro.
La zona di Stoccarda, nota anche come Svevia o Baden-Württemberg, confina con il nord della Svizzera, e qui la gente ha modi e abitudini tipici degli svizzeri: puntualità, rigore, talvolta quasi pedanteria. Un proverbio della zona afferma che uno Svevo non ti dice mai fino in fondo quello che pensa. Può darsi ci sia un fondo di verità, ma personalmente non ho mai notato, lavorando con gli Svevi, dei comportamenti che mi abbiano indotto a pensare che mi stessero prendendo in giro. Se ho preso qualche fregatura, c'erano sempre di mezzo degli italiani...
A Monaco invece mi sono sempre sentito quasi a casa; sarà la vicinanza dell'Italia, sarà forse perché in questa città (ma del resto in tutta la Germania) ci vivono moltissimi italiani, la mia sensazione è quella che qui anche i tedeschi sentano l'influsso di una certa italianità. Il loro caratteristico rigore risulta un po' attenuato e, anche nel lavoro, il rispetto delle regole a tutti i costi o l'etica vengono messi da parte quando si tratta di raggiungere l'obiettivo: esattamente come avviene in Italia, o almeno nelle aziende italiane che ho frequentato io.
Vediamo un esempio: capita che un italiano, quando va a lavorare in Germania, si debba registrare in un ufficio per stranieri. Anche se è un cittadino comunitario, il Governo tedesco vuole sapere cosa fa e soprattutto dove dorme. Ebbene, mi è capitato di lavorare in un'azienda che non solo non era al corrente di questa regola, ma quando ne ha scoperta l'esistenza e le relative pene per gli inadempienti, ha deciso di chiudere un occhio e di non registrare il dipendente straniero. Il motivo? Un regolamento, stavolta interno all'azienda ma a livello corporate (perché si trattava di multinazionale), l'avrebbe obbligata a riconoscere retroattivamente un'indennità di trasferta al lavoratore. Esattamente come in Italia, dove al dipendente, piuttosto che sborsare soldi per trasferte o straordinari, gli si fanno conteggiare giornate di recupero che molto probabilmente non consumerà mai, soprattutto se deve già smaltire ferie in arretrato.
Infine, nell'ultima città in cui ho lavorato, credo di aver colto il vero aspetto della Germania, ovvero quello che noi italiani stigmatizziamo attraverso i luoghi comuni: il tedesco preciso, puntuale, pedante sui dettagli, trova a Wiesbaden la sua incarnazione. Mi capitò di arrivare ad un meeting con 5 minuti di ritardo e scoprire che il manager responsabile aveva già chiamato il mio capo per sapere se mi fosse successo qualcosa. Il mio capo non ne sapeva nulla, visto che erano le 8:30 del mattino e non ci sentivamo dalla sera precedente, così l'irreprensibile manager pensò bene di chiamare l'albergo e chiedere di me.
La receptionist gli disse che ero appena uscito, perciò il manager si tranquillizzò. Al mio arrivo mi scusai per l'accaduto e non tentai neppure di abbozzare una qualche motivazione: un ritardo di soli 5 minuti non era per me degno di essere indagato. Purtroppo mi ero sbagliato. Per il manager tedesco i 5 minuti erano importanti, eccome; interruppe la riunione e volle che gli rendessi conto del mio comportamento.
La cosa più curiosa è che non lo preoccupava il ritardo in sé: piuttosto lo stupiva che una persona potesse essere in ritardo senza che gli fosse capitato qualcosa di grave. Insomma il problema non era la colpa, ma la mancanza di una giustificazione. Beh, mica potevo dirgli che la sera prima avevo bevuto un litro abbondante di birra e che avevo passato parte della notte seduto sul water...
Solo quando gli dissi che avevo sbagliato corridoio perché non ero pratico dell'edificio ci tranquillizzò e la riunione poté proseguire, secondo i punti dell'agenda che ovviamente si era premunito di farci pervenire via email ben 3 giorni prima...
L'esperienza tedesca mi ha permesso di comprendere come i luoghi comuni ci impediscano a volte di guardare ad un popolo e alle sue abitudini in modo disincantato e privo di pregiudizi. Noi italiani siamo da sempre vittime dei cliché che una cultura retrograda ci ha affibbiato addosso: mafiosi, truffatori, inaffidabili quando si tratta di affari, ma fantasiosi e inimitabili per la cucina, la moda e il turismo.
Non è facile superare i pregiudizi verso un popolo, ma ritengo che viaggiare per lavoro possa aiutare molto.

martedì 7 luglio 2009

Canzoni d'estate

Ci sono molte canzoni che ricordo con particolare affetto, ma c'è forse un'unica stagione che, da un punto di vista musicale, riunisce buona parte dei brani che preferisco.
Correva estate del 1982, con l'Italia fresco campione del mondo in Spagna, le musicassette che si compravano sulle bancarelle del mercato o si registravano direttamente dall'altoparlante della TV o della radio. E ovviamente si chiedeva a tutti di stare zitti, altrimenti oltre ai fruscii del nastro si sarebbero sentite anche le voci.
Ecco una lista delle canzoni che hanno animato quella stagione:

Alberto Camerini - Tanz Bambolina
Miguel Bosé - Bravi Ragazzi
Marcella - Nell'aria
Giuni Russo - Un'estate al mare
Sandro Giacobbe - Sarà la nostalgia
Gianni Morandi - Marinaio

e ovviamente una canzone tra le mie preferite, di cui ho scritto il testo nel primo post in assoluti di questo blog: "Sogno della galleria" di Franco Simone.
Ho trovato anche il video, che qui vi propongo.

lunedì 6 luglio 2009

De gustibus

Quando ero bambino dicevo spesso che da grande avrei voluto fare il cuoco.
Questo perché mi piaceva cimentarmi ai fornelli, provando ad eseguire le ricette che mia mamma raccoglieva. Ricordo ancora la scatola con dentro quei ritagli di giornale o schede che raffiguravano piatti succulenti, ma che a me venivano sempre diversi, molto meno scenografici.
Nonostante il mio impegno, infatti, il risultato ottenuto era sempre diverso da quello sperato.
E poi mancava sempre qualche ingrediente. Questo soprattutto perché certi prodotti non si trovavano così facilmente nei supermercati come oggi, tipo i vari tagli di carne o le decorazioni per i dolci. Ma anche perché si cercava di arrivare al risultato senza spendere troppo, perciò si sostituiva un ingrediente con quello che si aveva in casa.
Ecco che allora la crostata alla confettura di fragole diventava un dolce alla marmellata di prugne: nerastra, invece di un delicato rosso bruno. Allo stesso modo il vitello tonnato era invece una lingua in salsa tonnata, perché la lingua di vitello costa molto meno del magatello. Pure l'insalata di riso si faceva non col parboiled, assai difficile da reperire, ma con risi da risotto, di qualità Arborio o Roma, che richiedono maggior attenzione in fase di cottura. Bastavano un paio di minuti di bollitura in più e l'insalata di riso diventava un enorme arancino. Consumato freddo, ti rimaneva sullo stomaco per l’intero pomeriggio.
Oggi, che bambino non lo sono più e cuoco non lo sono diventato, ho un po' nostalgia di quel periodo, di quelle scoperte fatte in cucina, di quegli esperimenti provati ai fornelli. A volte, nella memoria, riesco anche a ripescare quei sapori, o così almeno mi sembra.
L'hobby della cucina ce l'ho sempre, gli ingredienti li trovo con una certa facilità e senza spendere eccessivamente. Purtroppo in famiglia non condividono con me questa passione, anzi i miei figli sono molto abitudinari nel mangiare, preferiscono sempre le stesse pietanze e non hanno molto interesse alla sperimentazione di nuove ricette. Perciò, quando nel week-end provo a cimentarmi nella preparazione di qualche nuovo piatto, mi osservano con curiosità tipica dei bambini quando vedono qualcuno che ci mette passione in quello che fa, qualunque cosa essa sia. Però, dalle loro domande, capisco che in fondo si chiedono: “Ma perché lo sta facendo?”.
Infatti spesso mi sento rivolgere interrogativi del tipo “Sei sicuro che verrà buono?”, oppure “Se questo piatto ti piace così tanto, non potevi comperarlo già pronto, così almeno eri sicuro che fosse buono?”; o anche “Perché non l’hai comprato già fatto, così non avresti fatto tutta questa fatica?”.
Cerco ovviamente di rispondere con pazienza e provo anche a trasmettere un po’ di passione per le attività fatte con le proprie mani, ma non ottengo quasi mai i risultati sperati.
E quasi sempre finisce che preferiscono giocare a Cooking Mama su Nintendo DS piuttosto che assaggiare il frutto delle mie fatiche sui fornelli, soprattutto se il piatto che ho preparato è a base di verdure.

giovedì 2 luglio 2009

Il ragazzo di campagna

Ogni mattina, nel tragitto dalla stazione all'ufficio, passo davanti una filiale di banca.
Ieri, primo del mese, alle 8:05 c'erano già 18 persone fuori in coda, in attesa dell'apertura, che avviene alle 8:35. Credo che per quell'ora si saranno accumulate non meno di 40 persone, praticamente tutti pensionati.
Forse, per chi vive in una grande città, scene di questo genere sono abbastanza normali. Infatti mentre passavo davanti a questa moltitudine assiepata sul marciapiedi, ho sentito una signora che diceva "Eh, cosa vuoi, è sempre più difficile arrivare alla fine del mese", con chiaro riferimento al fatto che l'attesa è tutta volta al primo giorno utile per ritirare subito lo stipendio o la pensione.
Per me, che vengo da un paesino di neanche 10.000 abitanti, scene come quella che ho descritto non si vedono mai. In attesa fuori da uno sportello bancario prima della sua apertura ci sono, al massimo, solo quelli che devono fare un'operazione rapida per schizzare al più presto al lavoro.
Allora in provincia stiamo meglio che in città? Si riesce a vivere meglio, dato che non abbiamo bisogno di aspettare in coda l'apertura della banca il primo giorno del mese?
Non saprei.
I pensionati che devono vivere con la minima ci sono anche in provincia e non credo se la passino bene, soprattutto se una quota fissa del reddito se ne va ogni mese, ad esempio, nell'affitto.
La mia opinione è che in provincia sia forse più facile vivere di espedienti. E qui ritorno alla situazione che ho descritto nel mio primo post al ritorno dalla cassa, cioè il tirare avanti arrangiandosi.
I pensionati che conosco io hanno tutti un orto, ad esempio. Che sicuramente non consente loro di vivere solo di quello, ma perlomeno evita di ricorrere al supermercato ogni volta che mancano pomodori e zucchine (almeno in questa stagione). E poi, quando qualcosa avanza, perché mica si può mangiare un chilo di pomodori tutti i giorni, esiste ancora la regola del baratto, ovvero dare a qualche amico o parente ciò che non si riesce a consumare, magari in cambio di un po' di pane avanzato per allevare qualche coniglio o gallina. I più fortunati hanno un piccolo pollaio, che si può mantenere con gli avanzi e permette di avere uova fresche ogni giorno.
In città già è un lusso avere un alloggio decoroso, figuriamoci un piccolo appezzamento per coltivare o allevare. Anche se il Comune di Torino offre ogni anno degli orti comunali per chi abbia voglia di cimentarsi nell'agricoltura, gli spazi sono troppo pochi per accontentare tutti. Si possono comprare i prodotti al mercato rionale: se si ha pazienza di girare tra i banchi e confrontare i prezzi, ne vale sicuramente la pena.
Insomma, la vita di provincia è ancora legata a queste attività un po' arcaiche di agricoltura, allevamento e baratto; ma in tempi di crisi permettono di tirare avanti e, forse, di risparmiare anche qualcosa.

mercoledì 1 luglio 2009

Lezione di marketing

La riunione di ieri è stata meno dolorosa del previsto; anzi, due riunioni, poiché anche al mattino ho avuto necessità di incontrarmi con i due dirigenti che seguono il progetto assegnatomi.
Nella prima riunione si è detto solo dello scopo di tali progetti e della metodologia da seguire. Si entrerà nei dettagli soltanto in un successivo meeting.
Invece la riunione del pomeriggio è stata, nella pratica, una lezione di marketing: tipi di progetto, tipo di cliente, errori classici da evitare. Sono d'accordo sull'importanza di scrivere sempre tutto, dalle minute delle telefonate alle slides di presentazione per la dirigenza. Non sono invece molto d'accordo sulla necessità di lasciare al cliente poca iniziativa nella gestione del progetto. Io posso proporre delle soluzioni, ma alla fine è il cliente che mi dà il suo benestare.
Ma soprattutto ieri, per la prima volta, si è pronunciata la parola "ferie", anzi "piano ferie". Era opinione comune che quest'anno le ferie sarebbero saltate, quasi sicuramente per coloro che avevano passato 3 mesi in cassa integrazione. D'accordo, in cassa ci si riposa perché non si va al lavoro, ma non le chiamerei proprio "vacanze". Intanto perché i figli continuano ad andare a scuola, quindi non ci si può allontanare da casa. E poi perché io la cassa l'ho fatta tra metà febbraio e metà maggio: a meno di scegliere mete esotiche, non è proprio una stagione da spiaggia e bagni in mare. E così spero proprio di riuscire a ricavare una settimana da passare al mare con i miei, magari a inizio settembre quando siamo in bassa stagione e si risparmia qualcosa.
Mentre sogno ad occhi aperti una spiaggia assolata e poco frequentata, mi torna in mente quello che è il mio obiettivo fisso di questo periodo: cambiare lavoro. Tra i colleghi, pur non diminuendo la scontentezza per le idee scarse sui progetti, comincio a notare una certa arrendevolezza. C'è chi pensa a cercare casa, chi all'auto nuova: insomma si fanno progetti di un certo impegno, che fino a qualche settimana fa, con l'incertezza della cassa integrazione e della possibilie mobilità, erano impensabili. Non trovo niente di male in tutto ciò, ma possibile che nel volgere di poche settimane si sia passati da un forsennato impegno a cambiare lavoro, ad una quasi totale assuefazione a ciò che il presente propone? Qualcuno dice che mantiene una sorta di "occhio vigile" sulle possibilità professionali, per cogliere l'occasione non appena si presenta. Però peccato che, dato il periodo di vacche magre che stiamo attraversando, le occasioni non si presentino così facilmente, bensì vadano ricercate con costanza. Non basta secondo me un occhio vigile, ci vuole piuttosto un impegno concreto, quotidiano: magari si può sospendere in questo periodo pre-ferie estive, ma i mesi autunnali vanno sfruttati a dovere per cercare contatti con le aziende che più interessano.
Anche perché le lamentele continuano, quindi l'assuefazione è solo in superficie, ed è data dalla stabilità che un lavoro sicuro, per quanto insoddisfacente, propone. Ma in profondità lo scontento rimane, perché non colmare questo vuoto?

martedì 30 giugno 2009

See you next Monday

Dopo che nella serata di sabato mi sono rivisto per l'ennesima volta Predator, che mi mette sempre una paura fottuta, la settimana è iniziata in modo scoraggiante.
Tanto per cominciare il meeting per la realizzazione del prototipo non ha mosso un passo avanti, siamo ancora alle prese con la definizione dell'architettura e, se oggi il manicomio non mi darà udienza per risolvere alcuni dubbi, avrò perso 2 giorni in modo infruttoso.
Poi ieri mattina mi sono trovato un mozzicone di sigaretta davanti al cancello: la sera prima non c'era, perché annaffiando le palme non avrei potuto non notarlo. Qualcuno nottetempo ci spia? Ci stanno curando per un assalto? Oppure un uccello l'ha lasciato cadere mentre era in volo? Tranne quest'ultima, remota ipotesi, le altre mi lasciano ben poco tranquillo...
Sempre ieri mattina ho ricontattato via email una ditta che l'anno passato stava per assumermi, ma poi la mia reticenza fece saltare tutto quanto. Sarebbero ancora disposti ad accogliermi, ma le previsioni poco rosee per l'anno venturo hanno fatto bloccare le assunzioni. Un contratto a termine di 6 mesi me lo proporrebbero, ma uno a tempo indeterminato al momento no.
Infine, ieri sera ho spezzato la chiave del lucchetto della bici, col risultato che sono dovuto tornare a casa a piedi, per poi ridiscendere in stazione dopo cena per segare la catena... in pratica ho dovuto rubare la mia bici.
E dire che nel week-end mi sono anche riposato abbastanza, ma lunedi è arrivato troppo presto. E la tristezza dell'inizio settimana si accompagna al lavoro che non sopporto, in quanto è forse la cosa più lontana dalle mie aspirazioni; intendiamoci, è sempre uno stipendio e come tale va rispettato, ma non posso vivere con la prospettiva di essere felice solo il 27 del mese...
A ciò aggiungiamo che da oltre 2 mesi non riesco a spuntare un colloquio di lavoro che sia uno. Finché ero a casa in cassa integrazione, ogni 2 settimane al massimo ricevevo una chiamata, ma dal mese di maggio è come se i rubinetti si fossero chiusi. Come se le aziende che già erano in crisi ci siano rimaste dentro, mentre quelle che non lo erano ci siano invece entrate. Anche fra i miei colleghi serpeggia la stessa impressione: rubinetti chiusi, così, quasi improvvisamente. Il pericolo che vedo nell'immediato è quello di adagiarsi, cominciare a pensare che si, in fin dei conti al lavoro che non piace ci si può anche abituare, si entra nella routine e il tempo se ne va. E se fra un paio d'anni si riproponesse la stessa situazione dello scorso novembre, ovvero l'azienda chiude e ci mette tutti a spasso? E se non intervenisse nessuno a rilevarci in blocco? Se adesso faccio fatica a trovare un impiego, chi si prenderebbe la briga di assumermi fra 2 anni?
Oggi siamo giunti a metà anno: se guardo a questi primi sei mesi del 2009. vedo più amarezze che bei momenti da ricordare. Non che io pretenda una vita senza sfighe, ma almeno non troppe tutte assieme...